Ritornare a scuola su Coursera

I MOOC: cosa sono?

Da tempo incuriosito dal dibattito in atto sulla valenza dell’istruzione on line, i cosiddetti MOOC, qualche mese fa ho deciso di iscrivermi e seguire un corso su Coursera, la più nota e ricca piattaforma universitaria di formazione on line. In questo articolo le mie impressioni e le risposte alle canoniche domande: si impara veramente? E soprattutto, il futuro della istruzione universitaria è fuori dalle università?

I corsi MOOC sono aumentati esponenzialmente da quando, nel 2011, la Stanford University erogò il primo corso di intelligenza artificiale che raccolse, al di là delle aspettative degli ideatori, ben 160.000 iscritti da oltre 150 paesi diversi. Come lo ha definito Peter Norvig, docente di Stanford e padre dei MOOC – qui su Scientific American ci spiega come tutto è cominciato – l’acronimo sta per:

Massive, indica un grande numero di partecipanti; Open, significa che l’iscrizione è consentita a chiunque e che spesso i materiali didattici sono privi di copyright; Online, in quanto non esiste una classe fisicamente presente ma solo virtuale; Courses ovvero un insegnamento composto da più moduli che a sua volta può far parte di un più ampio curriculum.


Da allora vi è stato un proliferare di start up, che hanno raccolto milioni di dollari da investitori privati e istituzionali, costituite allo scopo di offrire corsi di livello universitario gratuiti e accessibili a tutti. Le piattaforme oggi più affermate sono la Khan Academy, fondata già nel 2006 da Salman Khan, Udacity, EdX e appunto Coursera, creata da alcuni docenti di Stanford nel 2011. In Italia vorrei almeno citare uno degli antesignani dei MOOC di oggi, Uninettuno.

Il mio primo tentativo non era stato, in verità, un grande successo. Lo scorso anno mi ero iscritto al corso Introduction to Computer Science su Udacity: la mia speranza era che partendo da un territorio a me familiare, mi sarebbe stato facile completare il corso in tempi brevi. In realtà abbandonai poco oltre la metà: la mancanza di tempo o forse il fatto che il corso non prevedeva scadenze temporali ma lasciava allo studente piena autonomia, hanno forse congiurato a non farmi impegnare con la necessaria continuità. Tuttavia, mi sento di raccomandare il corso a chi voglia apprendere le basi della programmazione in quel magnifico linguaggio che è Python.

Da allora ho sempre cercato la mia occasione di riscatto e ho poi scoperto Coursera, una piattaforma che quasi intimidisce con i suoi oltre 500 corsi in 12 lingue e i 5 milioni di utenti registrati. Proprio all’inizio di settembre vidi che Wharton, tra i nuovi partner di Coursera ed una delle business school più prestigiose del mondo, offriva i suoi primi quattro corsi MOOC. Scartati i corsi di finanza e accounting – per mie evidenti deficienze culturali – ho scelto An Introduction to Operations and Management. Il corso tratta l’analisi dei processi operativi aziendali e le tecniche per aumentarne l’efficienza e tocca argomenti quali il miglioramento della produttività e dei tempi di risposta aziendali, gli standard di qualità come il sistema di produzione Toyota e Six Sigma, i concetti di Lean Operations e di bilanciamento delle scorte.

Adesso – concluso il corso dopo 8 settimane, 5 compitini e l’esame finale composto da ben 46 quesiti – posso dire che l’esperienza è stata molto positiva. L’esperienza del docente, la ricchezza dei contenuti e i numerosi esercizi durante il corso permettono allo studente di acquisire le giuste competenze nei tempi previsti. I pre requisiti sono minimi, diciamo una certa familiarità con l’algebra elementare e poco di più, quello che veramente fa la differenza è l’impegno e la continuità dello studio.

Il diffondersi di queste nuove possibilità formative, aperte e accessibili a tutti anche al di fuori delle costose strutture universitarie, ha fatto ben presto emergere l’esigenza di una forma di riconoscimento delle competenze acquisite: frequentando le scuole e università si ottengono dei diplomi pubblicamente riconosciuti, è chiaro che anche i MOOC devono poter garantire una qualche forma di certificazione dei contenuti erogati e dei risultati ottenuti dagli studenti. Il dibattito è tutt’ora in corso e fanno presagire che ben presto tutto il sistema scolastico istituzionale ne sarà influenzato: la Mozilla Foundation, ad esempio, si è fatta promotrice della iniziativa Open Badges.

Proprio in questa direzione si sono mosse le principali piattaforme di MOOC anche nella evidente ricerca di un modello di business che permettesse loro di trarre profitto dagli ingenti investimenti messi in campo. Non siamo ancora giunti all’ufficiale riconoscimento di crediti formativi da parte delle università ufficiali, ma tutti oggi offrono la possibilità – dietro un pagamento aggiuntivo variabile – di ottenere servizi aggiuntivi quali un tutoraggio personale e soprattutto un certificato rilasciato dalla università che ha erogato il corso, dove si attesta l’identità dello studente, il suo punteggio finale e i dettagli del percorso formativo che lo studente ha seguito. Per Coursera – io stesso ho richiesto questo aggiuntivo riconoscimento – è previsto ad esempio il percorso opzionale denominato Signature Track, al costo di circa 40 euro per ciascun corso seguito, seguendo il quale l’identità dello studente viene verificata ad ogni esame sostenuto, compresi i compiti intermedi. Inoltre a fine corso viene rilasciato allo studente un certificato che specifica cosa ha imparato e quale punteggio finale ha ottenuto, firmato dal docente e dalla università erogante.

E veniamo alla domanda conclusiva: i MOOC cambieranno in futuro le modalità di accesso ad una istruzione qualificata e professionalizzante? La forza democratica di questa innovazione è dirompente, vedi anche questo articolo dell’Unesco, ma altrettanto forti potrebbero essere le resistenze del mondo accademico tradizionale: certo è che tutte le istituzioni universitarie si stanno muovendo per assumere un ruolo di rilievo in questo nuovo sistema e nessuno vuole restare escluso da quella che potrebbe diventare una rivoluzione culturale. Anche l’Europa, con il solito ritardo, si sta muovendo in questa direzione. Il dibattito tuttavia è aperto, vengono da molti evidenziati i rischi di una istruzione poco controllata, nella quale si trascura il valore pedagogico della interazione tra studenti e tra studente e docente; o per altro verso, si critica l’alto tasso di abbandono di questi corsi, la loro solo apparente apertura dei contenuti e, infine, l’apparente contraddizione di corsi “aperti a tutti” ma veicolati al 90% solo in lingua inglese e solo a chi può permettersi una connessione veloce alla rete. Una panoramica molto interessante di questo dibattito, è possibile averla su questo numero della rivista Universitas o, ad un livello più tecnico, in questo paper dal sito EURODL. Dal punto di vista dell’utenza, invece, una idea delle aspettative che porta con sè il sogno di un “MBA fatto in casa”, lo potete cogliere dal sito di un mio compagno di corso.

Proprio oggi mi è stato rilasciato il certificato dalla università di Pennsylvania, insieme ad un link pubblico dove sono presenti alcuni dettagli del corso superato e la votazione finale.

About the Author

Carlo Bazzo
Carlo Bazzo è fondatore di Epysoft, una start up tecnologica con sede a Treviso e CTO di Hdemo Network Business Solutions. Puoi contattare Carlo Bazzo su Linkedin.